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La storia del carnevale monfalconese |
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Storia del carnevale monfalconese
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L’etimologia del carnevale deriva, dicono gli studiosi, da
"carni levamen" (sollievo della carne), al figurato,
concedere libertà agli istinti più elementari della carne.
Altri invece dicono che abbia origine da "Carni vale!"
(carne addio), con riferimento al fatto che si dava fondo a
fine febbraio alle ultime scorte di carni, prima che
arrivasse la nuova stagione. Così il carnevale diventava un
periodo di sregolatezza, di eccessi sia alimentari che di
comportamento.
Ci sono altre interpretazioni, tra queste, quella che
considerano il carnevale come una libertà concessa dai
potenti, alla plebe per controllarne gli umori, per fare
evaporare quei atteggiamenti egualitari sognati dal popolo,
per cui una volta l'anno, avveniva quella conversione
sociale dove i servi la facevano da padroni.
Così infatti erano solennizzati i Saturnali romani, un
periodo di libertà sfrenata, all'interno di un
capovolgimento dell'ordine sociale e morale. Lo schiavo, il
plebeo diventava il potente, il padrone. Ed in questo caos
artificioso regnava un allegro Re, ciò che i romani
chiamavano “Rex Saturnaliorum“ e dal medio evo in poi
veniva detto Re carnevale.
Nel nostro carnevale vengono richiamati questi tre elementi,
il ritrovarsi della gente, lo sfogo spontaneo, il Re
carnevale che nella tradizione locale è interpretato da Sior
Anzoleto Postier.
A questi fattori, comuni a tutte le manifestazioni
carnevalesche, c'è da aggiungere per quella nostrana,
l'incontro di popolo in Piaza Granda attorno al "Pilo" per
cantare assieme e fare baldoria, mangiare e divertirsi.
Nei bisiachi questa è una esigenza vitale; cantare insieme,
stare insieme è una necessità spirituale che va oltre la
solita passione di divertirsi con il canto come si fa in
osteria. Le canzoni popolari sono intimamente legate alla
fatica, le gioie, ai fatti della comunità, il cantarle in
gruppo è un modo, di esprimere la propria identità, per i
monfalconesi questo appuntamento irrinunciabile è
un’occasione in più, di ritrovarsi in piazza, dove da sempre
si dipana la vita e la storia delle collettività.
Parlare del carnevale locale, oggi è, parlare, appunto de la
Cantada popolare, la rivista satirica umoristica nasce molto
tempo dopo, nel 1955.
Ma, parlare della sola Cantada è riduttivo perché i nostri
avi festeggiavano un carnevale ricco di iniziative che noi
non abbiamo saputo mantenere.
La nostra cultura non è superficiale, né povera com’è
convinzione di tanti monfalconesi che hanno perso negli anni
quel sano senso del campanilismo paesano tanto caro ai
nostri avi.
Il mio parere di studioso dilettante è che sono mancati gli
intellettuali e gli studiosi che si interessassero di
tradizioni, usanze, e folklore locale e che solo da una
trentina d’anni si è cominciato ad indagare su queste
materie.
Tutte le ricerche sulla Cantada hanno in sè una lacuna, si
basano solo sulle testimonianze verbali di anziani,
documenti scritti pare non esistano.
Bisogna cercare i riferimenti, in altre culture e, in questo
caso in quella veneziana che è la prevalente per il nostro
modo di essere. Ricordo che la Serenissima ci ha
amministrato per quasi 400 anni dal 1420 al 1797.
Diverso è invece parlare del carnevale in città, i
documentali scritti ci sono, Mons. Marcon nel suo libro “La
città di Monfalcone” li nomina spesso e lo fanno anche altri
autori.
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Gli esordi
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Il primo documento ufficiale in cui viene nominata la città
di Monfalcone e del 1260, Mainardo di Gorizia rinuncia ad
ogni diritto e pretesa sulla città a favore del patriarca
Gregorio.
Cento anni dopo, il Marcon, nel suo libro, cita il carnevale
scrive, che pur essendo il 1362 anno di crisi in città,
“avevano festeggiato un carnevale particolarmente lussuoso e
brillante, con rappresentazioni di cacce, rimarco queste
cacce, giostre, spettacoli vari mascherati...ecc.” Da ciò
capiamo quanto antico, importante sia esso per i
monfalconesi.
Nel 2012 il carnevale compirà 650 anni di storia, un
traguardo importante per una comunità piccola che, ha saputo
resistere per secoli e resiste tuttora alle culture
contermini, più forti ed attrezzate di noi riuscendo a
mantenere le proprie tradizioni, la parlata, la storia e
costumi.
In quel documento si trova una traccia che potrebbe, 60 anni
prima che Venezia si stabilisse nei territori, collegare il
nostro carnevale idealmente a quello della città lagunare.
Oltre le giostre, i balli, spettacoli viene nominata la
caccia, non vi pare una cosa inconsueta? La caccia in città’.
Per i veneziani no!
E’ probabile che quelle di Monfalcone fossero
rappresentazioni come dice il documento, dei drammi
pastorali di moda alla metà del 1500 nel teatro, di cui la
caccia era l’argomento principale o più verosimilmente si
mostrassero scene di caccia della nobiltà che la esercitava
come puro divertimento e non come il popolo che in essa
trovava una buona fonte di sostentamento.
E’ lecito però anche pensare che quelle figurazioni si
riferiscano ad imitazioni folkloriche delle cacce ai tori e
agli orsi che si organizzavano a Venezia durante il
carnevale. Non si sa di preciso quando queste furono
introdotte nella città regina del mare, ma almeno fino
all’inizio del 1800 si tenevano ancora.
Si svolgevano di notte, al lume di fiaccole, nei campielli.
Il toro era tenuto legato con lunghe corde e, dei cani
addestrati tentavano di addentarlo all’orecchio, quando un
cane riusciva a fare ciò al “tirador” colui che reggeva la
corda, liberava l’animale e il toro veniva avviato al
macello. Più o meno simile era la caccia all’orso. |
La Cantada |
Per non dilungarmi oltre arrivo all’attualità.
Dal Domini sappiamo che da sempre era ed è anche adesso il
comune a sponsorizzare, come si dice oggi, il carnevale, nel
libro “Staranzano”, dice che il podestà Bartolomeo Minio nel
gennaio del 1701, incaricava “Zuan Saprigna liron e Zuanne
Petruz violino da Tolmino, de sonar sopra la festa pubblica
tutte le feste del Carnevale Comunale de Monfalcon per lire
60 et…”
Sulla nascita della "Cantada", manifestazione di popolo che
si riunisce a mezogiorno, in Piaza Granda, (ora Piazza della
Repubblica) per cantare e divertirsi l'ultimo giorno di
carnevale e, da oltre un secolo, ascoltare il discorso
satirico de Sior Anzoleto esistono due versioni, ma le
argomentazioni storico culturali di Don Barto Bertotti
paiono le più vere.
Nella prima il professor Fabio Del Bello lo colloca nella
notte dei tempi.
Scrive che i monfalconesi si radunavano fuori la cittadella
murata poiché all'interno non c'erano spazi tanto ampi da
ospitare manifestazioni di popolo. Questo avveniva in
prossimità del Pilo, detto anche colonna infame ai cui piedi
si sviluppavano le cerimonie religiose, quelle militari, la
giustizia, le feste …ma non aggiunge altro.
Don Barto Bertotti (nato 1918 morto 2001), in un articolo
del 1963 su La Cantada manifesta un'altra versione.
Sotto la Serenissima, in città era festeggiato con
solennità, il 25 aprile San Marco, patrono di Venezia, la
festa era rispettata in tutti domini veneziani perché il
santo era anche il patrono della Repubblica, festa che
aumentò di prestigio verso l’anno 1000 perché i veneziani
custodivano le spoglie del Santo.
Oggi San Marco coincide con la celebrazione civile.
Quel giorno dopo la "messa granda", ricordo che in quel
tempo San Marco era il patrono della nostra città, i
monfalconesi andavano in processione attorno alla cittadella
murata, con alla testa le autorità religiose, il Podestà, i
rappresentanti del Consiglio, delle confraternite e si
fermavano nel grande spiazzo erboso antistante la porta
Palmanova presso il Pilo o colonna di San Marco.
La colonna era eretta all'altezza dello sbocco dell'attuale
Via Sant’Ambrogio (vecchia porta Palmanova) sulla Piazza,
qui all’arrivo del corteo si faceva alza bandiera di
Venezia, dopo il Podestà teneva la relazione sulla stato
della città, poi la gente passava la giornata facendo festa
sui prati mangiando, cantando, ballando.
Questa scampagnata di popolo non è una supposizione del
Bertotti, è la trasmissione di un'usanza popolare veneta e
veneziana, in quel giorno le famiglie dopo le cerimonie
civili e religiose, si fermavano su quei prati a mangiare la
fortaia (frittata), le uova sode e il salame nuovo, era in
pratica la prima marenda stagionale all’aperto dopo
l’inverno.
Quando nel 1797, Monfalcone, passò agli austriaci, gli
stessi con i passare degli anni hanno iniziato a considerare
la colonna e la festa come simboli irredentistici, per cui
la prima venne abbattuta e la festa all'inizio, appena
sopportata, ed in seguito abolita.
Sostiene il Bertotti, che è nata in quel tempo la "Cantada";
infatti i bisiachi pare, con malizia e sentimento
irredentista pensarono di spostarla al giorno di carnevale.
Erano certi che mutando la festa del 25 aprile, in un atto
burlesco ciò non avrebbe destato sospetti, ed avrebbero,
così, mantenuto in vita un’usanza rispettata dai padri.
Altri sono convinti invece sia stata un semplice
manifestazione di attaccamento alle vecchie tradizioni, a
suggerire questa “furbata” popolare.
E’ vero che un proverbio locale caduto nell’oblio ma che
tanti anzini ancora ricordano dice: pitost de perdar le
tradizion, xe mei brusar al paese.
Indice di quanto erano attaccati alle loro tradizioni i
monfalconesi.
E’ vero anche che le cronache dei giornali riportano spesso
episodi dell’ irredentismo su detto. Ricordo uno per tutti
di fine ottocento; durante un carnevale furono arrestati
sette giovanotti perché erano mascherati da garibaldini. Sei
furono rilasciati, fu trattenuto agli arresti il Sig.
Umberto Cesca di Emilio perché rappresentava Garibaldi e
quindi poteva essere pericoloso.
Anche il Marcon cita sul libro, un rapporto del conte
Gleisbach del (1848) al Logotenente di Trieste nel quale,
sottolineava le simpatie che i monfalconesi avevano per
l'Italia e precisava la necessità di un presidio militare
anche in questo distretto».
Detto questo, attuarono questa astuzia, facendo una parodia
della manifestazione e mantenendo inalterata la formula, la
processione si mutò nel giro dei cinque antichi borghi
storici, Borgo San Michel, Borgo Rosta (Via IX Giugno),
Borgo San Roco detto anche dei Siori (Via Duca D’Aosta) e
Borgo San Jacun (Via Toti parte alta fino alla stazione);
arrivo in piazza del corteo a mezzogiorno, l’alzabandiera
della città di seguito “La Cantada” popolare delle antiche
canzoni e quindi festa per tutto il giorno.
Non c’è alcuna certezza che all’inizio ci fosse anche
l’intervento satirico, di ciò si hanno notizie verbali solo
dopo 1830, ed in pratica sostituì l’intervento del capitano
del popolo.
Da quel tempo la Cantada ha mantenuto inalterata la sua
formula cinque momenti importanti: giro dei borghi,
alzabandiera a mezzogiorno, (che per tanti monfalconesi
sarebbe bene reintrodurre,) esecuzione suonata e cantata
dell'inno della città e dal 1987 giuramento popolare letto
dal Notaro Gratariol.
L’alza bandiera, il giuramento, l’inno vanno eseguiti con
sobrietà perché impegnava ed impegna tuttora i monfalconesi
a salvaguardare questa tradizione e a tramandarla. Questa
parte (dicono i vecchi), rifiuta gli eccessi umoristici è,
una rievocazione storica e come tale va rispettata nei
dettagli come c’è stata lasciata.
Dopo Gratariol discorso satirico-umoristico de Sior Anzoleto
Postier de la Defonta, chiamato così dopo la fine della
Grande Guerra, quel Defonta indica in modo ironico l'ex
Impero Austro-Ungarico.
Alla fine della lettura del testamento, “Cantada”
collettiva, che anticamente era diretta da Anzoleto. Dal
1930 dal capo dei cantori, il primo fu Giovanni Fabris
artigiano pittore, detto Pitoret, scomparso nel 1990, da
allora la dirige Ettore Mazzoli, fio del Moro famiglia
monfalconese de vecia radisa, commesso apprezzato e noto di
una drogheria che ancora all’opera a metà in Corso.
Commerciante anche Ettore in quel di Panzano, universalmente
conosciuto come Ete.
Dalla testimonianza di Amedeo Manià monfalconese nato nel
1887, morto nel 1988 a 101 anni, scalpellino e musicante
nella banda cittadina, conosciamo i nomi di alcuni
interpreti del ruolo di Anzoleto.
Il primo sembra fu certo Guanin di Turriaco ? macellaio, il
quale nel 1830 si era trasferito a Monfalcone. Ciò risulta
da una ricerca dello studioso locale Vittorio Spanghero ed è
il sunto tratto dai “Liber Baptizatorum, Matrimoniorum e
defontorum” degli archivi storici Parrocchiali di Turriaco e
San Pier d’Isonzo.
Seguì Angelo Paolini, (nel 1822 e deceduto nel 1892, di
professione postier de la Defonta conosceva tutti i
pettegolezzi della città, persona gentile e pronto alla
battuta, sapeva intrattenere buoni rapporti con tutti,
queste qualità giovarono ad allargare la popolarità della
Cantada, e sua, per questo è stato fin qui l'animatore più
apprezzato.
A lui va l'onore di averle dato nuovo slancio nel lontano
1884, e dice la tradizione fu il Paolini ad aver pronunciato
l'anno successivo la formula con cui ordinava a tutti i
Monfalconesi che:
“tale usanza non venga mai meno finché un solo Monfalconese
calpesterà le strade di questa nostra cara città”.
Dopo di lui si ricordano, Checo Cidin, Paiareto al secolo
Emilio Castellani, Ottavio Gerzeli soprannominato Otavin,
Francesco Benco panettiere, seguì Antonio de Carvalho, al
capeler poi Arturo Stefani de Carvalho e ancora Silvano
Roblegg.
Nel 1965 esordirono Fabio Deffendi e Orlando Manfrini; la
coppia suscitò perplessità nei monfalconesi patoc, perché
non era chiaro chi dei due fosse Sior Anzoleto e fatto
inconsueto, si alternavano nelle battute. Due anni dopo, nel
1967, si ritornò alle origini con Orlando Manfrini. |
Tradizioni dimenticate |
Fin qui per quel che riguarda la “Cantada” attuale, ma il
carnevale di Monfalcone anticamente aveva altri momenti di
aggregazione.
La festa come detto continuava sui prati e più tardi nelle
osterie che ospitavano dei balli.
Nel teatro comunale, che esisteva sulla via San Ambrogio
quasi di fronte gli uffici distaccati del comune, si
svolgeva l’ultimo veglione carnevalesco dei monfalconesi, ed
era consuetudine a mezzanote l’arrivo de Sior Anzoleto e del
suo “secretario”, così era chiamato in quel tempo, siamo
alla fine del 1800, il notaio.
Costoro entravano in sala e da quel momento cessavano le
danze, il secretario faceva una sorta di appello di tutti i
presenti e alla fine: Sior Anzoleto gridava:
- Semo tuti? ……
- Siii! – Era la risposta in coro dei presenti.
In quel momento finiva il carnevale e venivano sciolte le
compagnie. |
Al funeral |
Un’altra manifestazione carnevalesca perduta è il funerale
del carnevale.
A cavallo tra il 1800 e il 1900, si svolgeva della festa, il
giorno dopo, alla mattina un corteo funebre con al seguito
una banda che suonava marce funebri, da persone vestite a
lutto, i maschi in abito scuro con appesa alla patella della
giacca un’arringa affumicata, distintivo che segnalava
l’inizio della quaresima.
Passava per i cinque borghi, con un pupazzo che
rappresentava il carnevale, portato su una carrozza funebre.
Transitava per il centro, imboccava la Via San Francesco e
proseguiva, fino ai prati delle Fontanelle, dove un tempo
c’era la fabbrica di frigoriferi Detroit, lì giunti con una
semplice cerimonia si dava fuoco al carnevale fra i pianti
sconsolati di tutti. |
Al bo fiocà |
Voglio ricordare ancora due avvenimenti del carnevale locale
dimenticati ma, che almeno fino a 70 anni fa erano
rispettati.
La parte più intensa iniziava con al zobia gras, giovedì
grasso, l’usanza nasce da una antica tradizione veneziana,
fatta propria, dai monfalconesi di qualche secolo fa.
Al bo fiocà è nata per ricordare la vittoria, del 1162, del
doge Vitale Michiel II sul patriarca d'Aquileia Ulrico, che
era in contrasto con il papa Adriano IV perché‚ aveva dato
tutta la Dalmazia alla giurisdizione del patriarcato di
Grado che era sotto Venezia. Il Patriarca volle approfittare
del fatto che i veneziani stavano in quel momento
combattendo contro i padovani e ferraresi, armò un esercito
e assali Grado, facendo fuggire il patriarca di Grado.
Il Doge Michiel II non aspetto molto per vendicare
l'oltraggio fatto alla Serenissima e con le sue navi
sorprese Ulrico il giorno di giovedì grasso di quell’anno
costringendolo alla resa facilmente e facendolo prigioniero
con i dodici canonici.
Non potendolo punire energicamente, era impensabile mettersi
contro la Chiesa, per dimostrare la potenza di Venezia
trasformò la punizione in un farsa umiliandolo con una presa
in giro.
Condannò il prelato a donare ai veneziani un tributo annuo
di dodici pani, dodici porci e di un grosso toro che, il
giovedì grasso di ogni anno venivano portati in corteo per
le principali vie di Venezia.
I porci e il toro infiorato e inghirlandato, che
naturalmente rappresentavano il patriarca e i suoi canonici,
scortato dai favri (fabbri) e dai becheri (macellai), le due
confraternite che organizzavano il corteo, arrivavano a
mezzogiorno in Piazza San Marco lì, dopo un processo
pantomima erano condannati a morte dal Magistrato del Popolo
ed il campione designato doveva tagliare con un secco colpo
di spada la testa al toro, fra lo schiamazzo e l'applauso
popolare.
Curiosità, il modo di dire oggi ancora molto usato: taiar la
testa al toro, che al figurato significa, togliere di mezzo
gli ostacoli, finire con risolutezza una questione, nasce da
questa antica usanza.
Un pezzo di carne del toro e dei porci erano dati in dono a
ciascuno dei senatori della Repubblica, mentre i dodici pani
erano donati ai carcerati. Come che lezè le robe bone se le
cioleva, ieri come ogi, senpre i siori.
La festa proseguiva “con grandi allegrezze e molte baldorie,
e accendendo di pieno giorno fuochi artificiali sulla piazza
dì San Marco”, come ricorda il Molmenti.
Anche se era carnevale la festa manteneva inalterato il suo
significato politico e di esibizione di potenza e prestigio,
infatti tagliata la testa al toro e uccisi i porci, per il
Doge e i suoi dignitari essa continuava nella sala del
Piovego in Palazzo Ducale.
Lì su grandi tavole si trovavano appoggiati dei modelli in
legno dei castelli friulani di quelle città che avevano
appoggiato il Patriarca gradese nella rivolta contro la
Serenissima, questi erano abbattuti con una mazza ferrata
dal Doge e dai suoi consiglieri, davanti agli ambasciatori
degli altri stati accreditati, tutto si concludeva con un
grande pranzo.
Una parodia della prima parte di questa cerimonia si teneva
fino a 70 anni fa nella nostra città, è la testimonianza de
Goio, che già conosciamo. A fine anni ’30 in città gli
ultimi ad organizzare questa usanza sono stati i Martinelli
che de soracugnome fava i Bechèri, infatti erano proprietari
di 3-4 macellerie nella città.
Anche a Ronchi negli anni ‘30, succedeva qualcosa di simile.
Il fatto è stato riferito da Candido Colautti appassionato
della nostra cultura che nei ricordi scritti d'infanzia la
nomina, sulla “La Cantada” del 1987. Scrive:
'Na usanza che no xe più, iera quela del zóbia gras vedevimo
passar ogni ano par le strade 'ncora ingiarade de Ronchi un
bel manzo, cu'na ghirlanda de fiori torno al col e cun pìcà
su un cortelaz, conpagnà al mazelo de do, tre becheri
vistudi de festa.
La tradizione è caduta nell'oblio, ma varrebbe la pena
riprendere, questo è folclore, è storia cittadina, che vale
la pena di riproporre. |
Carnevalet de le fémene |
Finisco ricordando al carnevalet de le fémene, una festa
tutta al femminile, che in Bisiacarìa, rammento alle
bisiache, si onorava il lunedì che precede il martedì
grasso. Quel giorno le donne erano libere di divertirsi a
loro piacimento e allora, scrive il Colautti: se vedeva le
regaze e qualche fémena più spiritada girar in màscara
vistide de omo.
La festa iniziava di solito il primo pomeriggio, si
riunivano in compagnie a casa di qualcuna per fare la
marenda e spetegular. Il mascheramento più comune era quello
di maschio, chi in terlis, altre in doppio petto con baffi e
basette.
Giravano per il paese prendendo in giro gli uomini e le più
matarane entravano nelle osterie soradetut dopo le cinque co
i lavoradori se fermava a bagnarse al bec, anca lore le
beveva un bicer e le cioleva in giro i mas’ci che bateva de
carte. Qualchiduna cioleva pal fioco anca al marì, che
magari parvìa che le iera mascarade no i le conosseva.
Questa è testimonianza di un altro anziano.
Non come sta succedendo di questi tempi …..in cui le nostre
fémene ……fanno festa il giovedi grasso, questa è una usanza
tutta friulana, che nulla ha che fare con la nostra
tradizione.
Qui desidero puntualizzare una fatto che concerne quella
cultura: finché si tratta di scambi culturali ben vengano,
questi arricchiscono tutte le culture. Non ci piace invece
come è già avvenuto in altri tempi, e sta avvenendo di
questi ultimi tempi, che studiosi friulani, cerchino di
omologarci alla loro cultura! Noi non ci sentiamo né
friulani né giuliani, siamo bisiachi e tali vogliamo
rimanere.
E voglio levarmi un altro sassolino….anzi un sasson che go
ta le scarpe, ci sarebbe da imbastire un’osservazione (so
che ci stanno pensando altre Associazioni locali) con chi ha
scritto e redatto in un’Enciclopedia Regionale in vendita
qualche tempo fa in tutte le edicole.
Su di essa nel primo volume, non c’è traccia né dei Bisiachi
né dei Gradesi, come se Biagio Marin e Silvio Domini e altri
che hanno esaltato degnamente l’identità locale non fossero
mai esistiti, come se il popolare Sior Anzoleto Postier de
la Defonta nei suoi panni ottocenteschi e con la
caratterizzazione che ha esibito in oltre 120 anni di
storia, non possa essere ormai considerata da tutti un
maschera carnevalesca al pari dei vari Fracanapa, Arlecchino
e Pulcinella. Quante altre culture locali possono vantare
una loro maschera carnevalesca?
L’invito che posso fare ai nostri politici, locali e
regionali è che ci trattino al pari delle altre culture che
esistono in Regione e che almeno in questo campo, che
dovrebbe unire e non dividere, non ci siano delle
discriminazioni così antipatiche e documentate. |
San Marc dei bucui |
Desidero ancora parlare di un’altra tradizione locale che è
caduta nell’oblio e che ripresa potrebbe essere per i
monfalconesi e bisiachi un vanto, un onore.
E’ un’usanza millenaria della città lagunare che è ancora
onorata in tutto il triveneto, infatti il 25 Aprile, oltre a
festeggiare San Marco, festeggiano anche i fidanzati e gli
sposi, gli amanti si fa, il San Marc dei bucui. San Marco
dei boccioli.
Un San Valentino nostrano che anticipa di secoli, quello
attuale. Gli innamorati offrono un bocciolo di rosa alla
ragazza del cuore e deve essere una rosa rossa.
Di leggende sulla nascita di questa tradizione ce ne sono
molte, citerò quella che forse si adatta meglio agli
innamorati.
In breve, alla metà del ’850 alcuni marinai veneziani,
trafugarono le ossa di San Marco, sepolto ad Alessandria
d’Egitto e le portarono a Venezia.
Al marinaio Basilio oltre agli onori fu donato un roseto che
piantato nei giardino di casa dello stesso, alla sua morte
divenne il confine della proprietà tra due fratelli. Il
roseto su testimone di liti feroci fra i due e, smise di
fiorire. Il 25 aprile di molti anni dopo sbocciò l’amore,
guardandosi attraverso la pianta, tra una fanciulla del
primo ramo e un giovane dell'altro in lotta. Il roseto si
coprì di boccioli rossi, il giovane donò uno alla fanciulla.
In ricordo di un amore a lieto fine, che aveva restituito la
pace alle famiglie, i veneziani offrono, ancora oggi il
bocciolo rosso alla propria amata.
E’ l’unica parte della festa di San Marco che non è stato
possibile trasferire al carnevale che, è festa di
ribaltamento di valori e consuetudini.
Donare una rosa rossa quel giorno alla propria innamorata
poteva sembrare una presa in giro.
Tradizione che sarebbe bene riprendere e lasciarsi alle
spalle il consumismo di San Valentino che in Bisiacarìa è
invocato solo contro l’epilessia, qui chiamata al mal de San
Valatin. |
Aldo Buccarella |
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