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L'origine del "SIOR ANZOLETO POSTIER"


 
 Carnevale è festa irrazionale, fuga dalla quotidianità, dunque la faccia, le parole, i gesti, il vestito si devono identificare con la negazione della norma ed è questo che crea, se si consolida nel tempo, una maschera. Le maschere italiane sono nate nei borghi, nelle piazze, sono espressioni del popolo, a queste fanno da contrapposizione quelle proposte dai potenti. È naturale che la plebe cerchi di fregare con atti e parole i padroni, questo succede nella Commedia dell’Arte, qui le maschere raccontano alla gente con comicità e ironia i soprusi, le angarie quotidiane.
Molte città importanti italiane hanno le loro maschere, Arlecchino è bergamasco, Pulcinella è napoletano a cui fanno da controllare i ricchi Pantalone gentiluomo, veneto, Balanzone giurista bolognese. Da questa opposizione servo-padrone nasce la commedia. Ora anche noi bisiachi abbiamo l’originalità di avere la nostra maschera carnevalesca, negli anni infatti si è consolidata quella che noi conosciamo di “Sior Anzoleto”, che è l’anima del popolo locale; un uomo anziano, piccoletto, vivace, scherzoso, ironico, dissacrante e pettegolo, fustigatore di costumi e di uomini, cantante e istrione, che sa inventare, che ha la creatività, la mimica gestuale e facciale di un attore dell’Arte.

foto: webset.it
 Vestito con palandrana nera di fine Ottocento, elegantemente rappezzata, con grosso fiore bianco al petto, barba e bombetta inglese sinonimo di signorilità, comica perché indossata di norma rivolta verso l’alto, guanti bianchi, occhialini, grosse e lunghe basette, folta barba nera e grigia, colorito sano accentuato sulle gote, poiché amante del buon vino, con una parlata dialettale schietta e voce piuttosto stridula e accattivante, la pronuncia a volte nasale, con acuti e impennate improvvise, la sua finta balbuzie, i tentennamenti, i falsetti e la risata interrogativa e coinvolgente.
In questi ultimi anni, gli sono state affiancate unicamente per arricchire la coreografia alcune figure inconsuete e del tutto estranee all’antica tradizione monfalconese, la cui esistenza non è stata ancora legittimata né dal tempo, né dalla storia ma che meritano di essere approfondite. 
Riportando le cronache che nel 1930 apparve per la prima volta a fianco di “Sior Anzoleto Postier” una donna, infatti Umilio Castellani “Paiareto” arrivò in piazza accompagnato da Olga Pacorig detta “Presa” che fu la prima sposa fittizia. Non era ancora la “sposa” come è intesa oggi, e non lo era neppure la moglie di Francesco Benco che lo affiancò nel 1959. C’è da segnalare un’altra novità non aderente alla tradizione che si manifestò negli anni Settanta, compari una coppia di sposi detti, “sposi de la Cantada” che seguivano “Anzoleto”, la prima copia (1960) era formata da Sergio Terzi e Augusta Pacorig, mentre l’anno dopo sfilarono Eligia e Silvano Boblegg. 
Bisogna arrivare al 1967, a Orlando Manfrini, che in quell’anno sostituì Fabio Deffendi: fu in tale occasione che comparve per la prima volta la “sposa ufficiale” si trattava di Renza Petruz. Da quell’anno la sposa non è più mancata all’appuntamento. Negli ultimi anni ’70 le coppie diventano i “conpari”, figure nuove in questo contesto, in seguito viene recuperata la figura del “secretario” – segretario, notabile che ci è stato tramandato dalla testimonianza di Amedeo Manià. Questo personaggio accompagnava Checo Cidin, (Sior Anzoleto di fine 800) e come ultima incombenza della giornata, firmava il decreto con cui si poneva la fine a tutte le manifestazioni del Carnevale. Ciò succedeva alla mezzanotte del martedì grasso all’interno nel teatro comunale dove si svolgeva l’ultimo veglione carnevalesco cittadino. 
Lo stesso personaggio è stato descritto anche da Gregorio Laghi che era nato nel 1907, che ha delineato il suo aspetto riferendo che era vestito con cappotto trequarti, elegante, nero ma con macchie vistose, al collo un bavero bianco a sbuffi merlettato, medaglie al petto “al marciava cun fuanti bianchi”, “cana” – cilindro e “bagulina” – elegante bastone da passeggio di canna, baffi al Franz Josef, grosso naso e occhialini spessi era taciturno e nell’ostentare la sua autorità, affidava la vis comica alle smorfie e ai lazzi, pronunciava “’na specie de giuramento” seguiva per tutto il giorno con un libro, libro già segnalato negli anni precedenti in mano a “Sior Anzoleto”. Dunque i compari e la sposa, come si vede sono figure aliene, mentre consolidata è presenza del “secretario” che, nel 1987 viene riproposto e diventa il “Notaro Gratariol”, impersonato da Carlo Blasini che aveva fatto il suo esordio nel corteo degli sposi nel carnevale del 1982. 
Si chiude così il Panorama anche nell’aspetto fisico dei personaggi della commedia, egli rappresenta infatti il tipo alto, allampanato, in contrapposizione a Sior Anzoleto più basso e robusto, sono in pratica gli Stan e Olio, Gianni e Pinotto della comicità. Tutti questi personaggi ossi si possono accettare se i loro ruoli sono defilati e servano unicamente a dare più allegria al corteo nuziale durante il giro nei borghi. Questo non significa che una loro caratterizzazione non sia possibile.La sposa tiene fede al suo astratto, tanto che è difficile identificarla come personaggio, forse la sua forza è proprio quella di cambiare ogni anno cliché proponendosi sempre diversa e adattandosi alla moda del momento. 
Un abbozzo però ci dice che essa non è ottocentesca ed è ancorata alla visione tradizionale della sposa anni Cinquanta, vestita sempre di bianco con strascico, concede poco alla caricatura, e “trasgressiva” solo perché di solito è bella, essere durante il carnevale bella, essere se stessi non è un pregio. In qualche occasione è stata anticonformista infatti ci è stata presentata anche una “sposa” di colore.
Anche i compari con i loro atteggiamenti spogli ed essenziali, con un trucco da matrona lei, da popolano amante del vino lui, infagottati negli abiti da cerimonia finalmente eleganti, mostrano tutta la loro goffaggine, compresi come sono nella loro funzione di testimoni di un avvenimento speciale. 
I compari in Bisiacaria sono quasi un’istituzione, sono per antonomasia preferiti, sono venerati e temuti nello stesso tempo (una caratterizzazione efficace, comica e pungente l’ha fatta Aldo Miniussi in un suo famoso racconto pubblicato sul libro “Al trozo” 1980.

(Aldo Buccarella)


 
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