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L'origine del "NOTARO TOIO GRATARIOL"


 
 Come detto dalle testimonianze fin qui raccolte sul carnevale, ne esce un Notaro di tutt'altro stampo di quello ciarliero, istrione, invadente e prolisso che ci viene mostrato in tempi recenti. La presenza del Notaro serviva unicamente a dare solennità al "giuramento", non per nulla prima della promessa viene suonato e cantato l'inno della città composto da G. Scaramelli su parole di A. Tempo, ricomposto poi dal maestro Pischiuta . Inizialmente, infatti, il "giuramento" era pronunciato da Sior Anzoleto, che nel Carnevale del 1985 lo introdusse recitandolo dal quarto scalino del Pilo. A tale proposito, nel 1987, veniva introdotta nuovamente la lettura da parte del Notaro con l'impegno che viene confermato anno per anno di mantenere viva questa tradizione in città.

foto: webset.it
l testo venne scritto in collaborazione tra il sottoscritto e l'avvocato Filiberto Valentinis, e pur contenendo una lieve vena ironica, racchiude in esso quella giusta solennità che un obbligo richiede: recita:"Governardo il podestà (qui viene nominato il sindaco in carica quel giorno) imperator de Mofalcon, principe de Panza, arciduca de Borgo Rosta, conestabile de Borgo San Jacumin, balivo de Borgo San Rocco, signor de Borgo San Michel, ecc. ecc. annunciamo a tutti e ciascheduno le nostre superiorità sulli abitanti di qualunque stato, grado dignità e condizione che s'attrovano nelli nostri teritori che: sia tradizione La Cantada e ordiniamo che questa usanza non venga mai meno finchè un solo monfalconese calpesterà le strade di questa cara città. Noi Toio Gratariol notaro dei teritori vi dichiaramo solennemente liberi, cada ogni servile etichetta, chi vuol essere lieto sia. Xe Carneval. Innanzi a me Toio Gratariol e ai testimoni, Sior Anzoleto Poster detta le sue volontà".
Il giuramento va detto con sobrietà perché impegnava e impegna anche adesso i monfalconesi a salvaguardare questa tradizione e a tramontarle ai propri figli integra nella sua forma.
Questa parte della mattinata deve essere trattata come una rievocazione storica e come tale va rispettata nei suoi dettagli come ci è stata lasciata e non va guastata con atti, atteggiamenti e novità che la stravolgono. I nostri padri creando la maschera del Secretario oggi Notaro, conoscevano molto bene i meccanismi della commedia dell'arte, hanno creato apposta questo personaggio che è in linea con l'antica Commedia perché crea la figura che mancava a quel gioco di contrasto tra serietà-comicità, appunto il nobile, il padrone, il potente, al pari di un Balanzone bolognese, strampalato e opulento avvocato che in bisiacheria diventa emaciato, folte ciglia, naso grosso, magro, signorile, taciturno, passo rigido, propensione gestuale a beffarsi dei deboli per favorire i potenti.
Dunque rappresenta l'autorità, e chi ha l'autorità di solito non ride, questo deriva spesso dal fatto di fare un mestiere arido, fare il funzionario di Stato. Perciò il suo agire deve essere quello di un uomo austero, burocrate inflessibile e insensibile con un viso legnoso indifferente ai fatti e cose che gli stanno intorno. Un ruolo che richiede buone doti di mimica facciale e gestuale, piuttosto che di linguaggio. Dovrebbe perciò pronunciare il giuramento con solennità e voce ammonitrice, tutto qui il suo compito.
Il Notaro non può anche lui schierarsi dalla parte del proletariato, è un controsenso teatrale, ciò, crea caos nei monfalconesi come più sopra rilevato, è un doppione inutile. L'anima popolaresca dei Monfalconesi è Sior Anzoleto Poster, è lui il dileggiatore per eccellenza dei potenti va annoverato anche il Notaro, che ricordiamoci nell'immaginario della gente raffigura il potere, è un succhiatore di denaro altrui che in cambio non dà nulla. Operando diversamente si tramanda un'immagina deformata dell'antica e genuina tradizione.
Bisogna ritornare alle origini, tutta l'iconografia fin qui esistente ha sempre mostrato un Sior Anzoleto che solo si ergeva alto sulla folla e recitava il suo testamento e invita i monfalconesi a cantare come facevano i nostri padri.
questo il momento "essenziale", il nocciolo dell'antica tradizione bisiacha: il Cantare di tutto in piazza è questo il momento che ci offre la chiave di lettura e ci fa percepire la forza dello stare assieme per testimoniare un proprio modo d'essere. È in questi istanti così intensi, che si copre il fascino delle emozioni che così vive dipingono i volti e il profondo degli occhi dei cantori e di tutti i monfalconesi che si stringono loro attorno. In quei attimi si percorre la memoria di quella fitta ragnatela di azioni e fatti umani e l'intensità produzione di socialità che il cantare ci fa riscoprire. Ci si accorge di quanto siano profonde le radici arcaiche e misteriose che ci legano a questo rito. Sono quelle melodie che fanno intendere il nostro vero modo di essere monfalconesi e bisiachi.
Se di tradizione si tratta, la tradizione non è un optional che si può mutare secondo i propri estri. La tradizione ha in sé due elementi che vanno ripresi e recuperati. Il primo che la tradizione è motivo di sicurezza psicologica perché la stessa ci dice che alcune cose, fatti, atteggiamenti del passato hanno funzionato e ancora funzionano e che sono necessari per il progresso del gruppo. Il secondo, che da essa ci arrivano valori conoscitivi, è tecnica di sopravvivenza. Se certi gruppi sociali, se i bisiachi che sono un gruppo piccolo rispetto alle culture circostanti, sono ancora qui, ciò indica che i padri hanno agito in un certo modo e sono riusciti a darci in dote questa cultura, la nostra storia, i nostri usi e la nostra storia, i nostri usi e la nostra parlata, ciò significa che quel modo di fare ha funzionato, va però rispettato, custodito e tramandato così com'era. Per chiudere un suggerimento, perché i nostri artisti, pittori, scultori non cercano di interpretare una baùta-maschera de Sior Anzoleto Poster de la Defonta.

(Aldo Buccarella)


 
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