{"id":41,"date":"2014-02-01T19:09:44","date_gmt":"2014-02-01T18:09:44","guid":{"rendered":"http:\/\/proloco.miniussi.it\/?p=41"},"modified":"2014-02-01T19:09:44","modified_gmt":"2014-02-01T18:09:44","slug":"il-carnevale-monfalconese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/il-carnevale-monfalconese\/","title":{"rendered":"Il Carnevale Monfalconese"},"content":{"rendered":"<h3><strong>Storia del carnevale monfalconese<\/strong><\/h3>\n<p>L\u2019etimologia del carnevale deriva, dicono gli studiosi, da &#8220;carni levamen&#8221; (sollievo della carne), al figurato, concedere libert\u00e0 agli istinti pi\u00f9 elementari della carne. Altri invece dicono che abbia origine da &#8220;Carni vale!&#8221; (carne addio), con riferimento al fatto che si dava fondo a fine febbraio alle ultime scorte di carni, prima che arrivasse la nuova stagione. Cos\u00ec il carnevale diventava un periodo di sregolatezza, di eccessi sia alimentari che di comportamento.<\/p>\n<p>Ci sono altre interpretazioni, tra queste, quella che considerano il carnevale come una libert\u00e0 concessa dai potenti, alla plebe per controllarne gli umori, per fare evaporare quei atteggiamenti egualitari sognati dal popolo, per cui una volta l&#8217;anno, avveniva quella conversione sociale dove i servi la facevano da padroni.<\/p>\n<p>Cos\u00ec infatti erano solennizzati i Saturnali romani, un periodo di libert\u00e0 sfrenata, all&#8217;interno di un capovolgimento dell&#8217;ordine sociale e morale. Lo schiavo, il plebeo diventava il potente, il padrone. Ed in questo caos artificioso regnava un allegro Re, ci\u00f2 che i romani chiamavano \u201cRex Saturnaliorum\u201c e dal medio evo in poi veniva detto Re carnevale.<\/p>\n<p>Nel nostro carnevale vengono richiamati questi tre elementi, il ritrovarsi della gente, lo sfogo spontaneo, il Re carnevale che nella tradizione locale \u00e8 interpretato da Sior Anzoleto Postier.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>A questi fattori, comuni a tutte le manifestazioni carnevalesche, c&#8217;\u00e8 da aggiungere per quella nostrana, l&#8217;incontro di popolo in Piaza Granda attorno al &#8220;Pilo&#8221; per cantare assieme e fare baldoria, mangiare e divertirsi.<\/p>\n<p>Nei bisiachi questa \u00e8 una esigenza vitale; cantare insieme, stare insieme \u00e8 una necessit\u00e0 spirituale che va oltre la solita passione di divertirsi con il canto come si fa in osteria. Le canzoni popolari sono intimamente legate alla fatica, le gioie, ai fatti della comunit\u00e0, il cantarle in gruppo \u00e8 un modo, di esprimere la propria identit\u00e0, per i monfalconesi questo appuntamento irrinunciabile \u00e8 un\u2019occasione in pi\u00f9, di ritrovarsi in piazza, dove da sempre si dipana la vita e la storia delle collettivit\u00e0.<\/p>\n<p>Parlare del carnevale locale, oggi \u00e8, parlare, appunto de la Cantada popolare, la rivista satirica umoristica nasce molto tempo dopo, nel 1955.<\/p>\n<p>Ma, parlare della sola Cantada \u00e8 riduttivo perch\u00e9 i nostri avi festeggiavano un carnevale ricco di iniziative che noi non abbiamo saputo mantenere.<\/p>\n<p>La nostra cultura non \u00e8 superficiale, n\u00e9 povera com\u2019\u00e8 convinzione di tanti monfalconesi che hanno perso negli anni quel sano senso del campanilismo paesano tanto caro ai nostri avi.<\/p>\n<p>Il mio parere di studioso dilettante \u00e8 che sono mancati gli intellettuali e gli studiosi che si interessassero di tradizioni, usanze, e folklore locale e che solo da una trentina d\u2019anni si \u00e8 cominciato ad indagare su queste materie.<\/p>\n<p>Tutte le ricerche sulla Cantada hanno in s\u00e8 una lacuna, si basano solo sulle testimonianze verbali di anziani, documenti scritti pare non esistano.<\/p>\n<p>Bisogna cercare i riferimenti, in altre culture e, in questo caso in quella veneziana che \u00e8 la prevalente per il nostro modo di essere. Ricordo che la Serenissima ci ha amministrato per quasi 400 anni dal 1420 al 1797.<\/p>\n<p>Diverso \u00e8 invece parlare del carnevale in citt\u00e0, i documentali scritti ci sono, Mons. Marcon nel suo libro \u201cLa citt\u00e0 di Monfalcone\u201d li nomina spesso e lo fanno anche altri autori.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gli esordi<\/p>\n<p>Il primo documento ufficiale in cui viene nominata la citt\u00e0 di Monfalcone e del 1260, Mainardo di Gorizia rinuncia ad ogni diritto e pretesa sulla citt\u00e0 a favore del patriarca Gregorio.<\/p>\n<p>Cento anni dopo, il Marcon, nel suo libro, cita il carnevale scrive, che pur essendo il 1362 anno di crisi in citt\u00e0, \u201cavevano festeggiato un carnevale particolarmente lussuoso e brillante, con rappresentazioni di cacce, rimarco queste cacce, giostre, spettacoli vari mascherati&#8230;ecc.\u201d Da ci\u00f2 capiamo quanto antico, importante sia esso per i monfalconesi.<\/p>\n<p>Nel 2012 il carnevale compir\u00e0 650 anni di storia, un traguardo importante per una comunit\u00e0 piccola che, ha saputo resistere per secoli e resiste tuttora alle culture contermini, pi\u00f9 forti ed attrezzate di noi riuscendo a mantenere le proprie tradizioni, la parlata, la storia e costumi.<\/p>\n<p>In quel documento si trova una traccia che potrebbe, 60 anni prima che Venezia si stabilisse nei territori, collegare il nostro carnevale idealmente a quello della citt\u00e0 lagunare.<\/p>\n<p>Oltre le giostre, i balli, spettacoli viene nominata la caccia, non vi pare una cosa inconsueta? La caccia in citt\u00e0\u2019. Per i veneziani no!<\/p>\n<p>E\u2019 probabile che quelle di Monfalcone fossero rappresentazioni come dice il documento, dei drammi pastorali di moda alla met\u00e0 del 1500 nel teatro, di cui la caccia era l\u2019argomento principale o pi\u00f9 verosimilmente si mostrassero scene di caccia della nobilt\u00e0 che la esercitava come puro divertimento e non come il popolo che in essa trovava una buona fonte di sostentamento.<\/p>\n<p>E\u2019 lecito per\u00f2 anche pensare che quelle figurazioni si riferiscano ad imitazioni folkloriche delle cacce ai tori e agli orsi che si organizzavano a Venezia durante il carnevale. Non si sa di preciso quando queste furono introdotte nella citt\u00e0 regina del mare, ma almeno fino all\u2019inizio del 1800 si tenevano ancora.<\/p>\n<p>Si svolgevano di notte, al lume di fiaccole, nei campielli. Il toro era tenuto legato con lunghe corde e, dei cani addestrati tentavano di addentarlo all\u2019orecchio, quando un cane riusciva a fare ci\u00f2 al \u201ctirador\u201d colui che reggeva la corda, liberava l\u2019animale e il toro veniva avviato al macello. Pi\u00f9 o meno simile era la caccia all\u2019orso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La Cantada<\/p>\n<p>Per non dilungarmi oltre arrivo all\u2019attualit\u00e0.<\/p>\n<p>Dal Domini sappiamo che da sempre era ed \u00e8 anche adesso il comune a sponsorizzare, come si dice oggi, il carnevale, nel libro \u201cStaranzano\u201d, dice che il podest\u00e0 Bartolomeo Minio nel gennaio del 1701, incaricava \u201cZuan Saprigna liron e Zuanne Petruz violino da Tolmino, de sonar sopra la festa pubblica tutte le feste del Carnevale Comunale de Monfalcon per lire 60 et\u2026\u201d<\/p>\n<p>Sulla nascita della &#8220;Cantada&#8221;, manifestazione di popolo che si riunisce a mezogiorno, in Piaza Granda, (ora Piazza della Repubblica) per cantare e divertirsi l&#8217;ultimo giorno di carnevale e, da oltre un secolo, ascoltare il discorso satirico de Sior Anzoleto esistono due versioni, ma le argomentazioni storico culturali di Don Barto Bertotti paiono le pi\u00f9 vere.<\/p>\n<p>Nella prima il professor Fabio Del Bello lo colloca nella notte dei tempi.<\/p>\n<p>Scrive che i monfalconesi si radunavano fuori la cittadella murata poich\u00e9 all&#8217;interno non c&#8217;erano spazi tanto ampi da ospitare manifestazioni di popolo. Questo avveniva in prossimit\u00e0 del Pilo, detto anche colonna infame ai cui piedi si sviluppavano le cerimonie religiose, quelle militari, la giustizia, le feste \u2026ma non aggiunge altro.<\/p>\n<p>Don Barto Bertotti (nato 1918 morto 2001), in un articolo del 1963 su La Cantada manifesta un&#8217;altra versione.<\/p>\n<p>Sotto la Serenissima, in citt\u00e0 era festeggiato con solennit\u00e0, il 25 aprile San Marco, patrono di Venezia, la festa era rispettata in tutti domini veneziani perch\u00e9 il santo era anche il patrono della Repubblica, festa che aument\u00f2 di prestigio verso l\u2019anno 1000 perch\u00e9 i veneziani custodivano le spoglie del Santo.<\/p>\n<p>Oggi San Marco coincide con la celebrazione civile.<\/p>\n<p>Quel giorno dopo la &#8220;messa granda&#8221;, ricordo che in quel tempo San Marco era il patrono della nostra citt\u00e0, i monfalconesi andavano in processione attorno alla cittadella murata, con alla testa le autorit\u00e0 religiose, il Podest\u00e0, i rappresentanti del Consiglio, delle confraternite e si fermavano nel grande spiazzo erboso antistante la porta Palmanova presso il Pilo o colonna di San Marco.<\/p>\n<p>La colonna era eretta all&#8217;altezza dello sbocco dell&#8217;attuale Via Sant\u2019Ambrogio (vecchia porta Palmanova) sulla Piazza, qui all\u2019arrivo del corteo si faceva alza bandiera di Venezia, dopo il Podest\u00e0 teneva la relazione sulla stato della citt\u00e0, poi la gente passava la giornata facendo festa sui prati mangiando, cantando, ballando.<\/p>\n<p>Questa scampagnata di popolo non \u00e8 una supposizione del Bertotti, \u00e8 la trasmissione di un&#8217;usanza popolare veneta e veneziana, in quel giorno le famiglie dopo le cerimonie civili e religiose, si fermavano su quei prati a mangiare la fortaia (frittata), le uova sode e il salame nuovo, era in pratica la prima marenda stagionale all\u2019aperto dopo l\u2019inverno.<\/p>\n<p>Quando nel 1797, Monfalcone, pass\u00f2 agli austriaci, gli stessi con i passare degli anni hanno iniziato a considerare la colonna e la festa come simboli irredentistici, per cui la prima venne abbattuta e la festa all&#8217;inizio, appena sopportata, ed in seguito abolita.<\/p>\n<p>Sostiene il Bertotti, che \u00e8 nata in quel tempo la &#8220;Cantada&#8221;; infatti i bisiachi pare, con malizia e sentimento irredentista pensarono di spostarla al giorno di carnevale. Erano certi che mutando la festa del 25 aprile, in un atto burlesco ci\u00f2 non avrebbe destato sospetti, ed avrebbero, cos\u00ec, mantenuto in vita un\u2019usanza rispettata dai padri.<\/p>\n<p>Altri sono convinti invece sia stata un semplice manifestazione di attaccamento alle vecchie tradizioni, a suggerire questa \u201cfurbata\u201d popolare.<\/p>\n<p>E\u2019 vero che un proverbio locale caduto nell\u2019oblio ma che tanti anzini ancora ricordano dice: pitost de perdar le tradizion, xe mei brusar al paese.<\/p>\n<p>Indice di quanto erano attaccati alle loro tradizioni i monfalconesi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E\u2019 vero anche che le cronache dei giornali riportano spesso episodi dell\u2019 irredentismo su detto. Ricordo uno per tutti di fine ottocento; durante un carnevale furono arrestati sette giovanotti perch\u00e9 erano mascherati da garibaldini. Sei furono rilasciati, fu trattenuto agli arresti il Sig. Umberto Cesca di Emilio perch\u00e9 rappresentava Garibaldi e quindi poteva essere pericoloso.<\/p>\n<p>Anche il Marcon cita sul libro, un rapporto del conte Gleisbach del (1848) al Logotenente di Trieste nel quale, sottolineava le simpatie che i monfalconesi avevano per l&#8217;Italia e precisava la necessit\u00e0 di un presidio militare anche in questo distretto\u00bb.<\/p>\n<p>Detto questo, attuarono questa astuzia, facendo una parodia della manifestazione e mantenendo inalterata la formula, la processione si mut\u00f2 nel giro dei cinque antichi borghi storici, Borgo San Michel, Borgo Rosta (Via IX Giugno), Borgo San Roco detto anche dei Siori (Via Duca D\u2019Aosta) e Borgo San Jacun (Via Toti parte alta fino alla stazione); arrivo in piazza del corteo a mezzogiorno, l\u2019alzabandiera della citt\u00e0 di seguito \u201cLa Cantada\u201d popolare delle antiche canzoni e quindi festa per tutto il giorno.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 alcuna certezza che all\u2019inizio ci fosse anche l\u2019intervento satirico, di ci\u00f2 si hanno notizie verbali solo dopo 1830, ed in pratica sostitu\u00ec l\u2019intervento del capitano del popolo.<\/p>\n<p>Da quel tempo la Cantada ha mantenuto inalterata la sua formula cinque momenti importanti: giro dei borghi, alzabandiera a mezzogiorno, (che per tanti monfalconesi sarebbe bene reintrodurre,) esecuzione suonata e cantata dell&#8217;inno della citt\u00e0 e dal 1987 giuramento popolare letto dal Notaro Gratariol.<\/p>\n<p>L\u2019alza bandiera, il giuramento, l\u2019inno vanno eseguiti con sobriet\u00e0 perch\u00e9 impegnava ed impegna tuttora i monfalconesi a salvaguardare questa tradizione e a tramandarla. Questa parte (dicono i vecchi), rifiuta gli eccessi umoristici \u00e8, una rievocazione storica e come tale va rispettata nei dettagli come c\u2019\u00e8 stata lasciata.<\/p>\n<p>Dopo Gratariol discorso satirico-umoristico de Sior Anzoleto Postier de la Defonta, chiamato cos\u00ec dopo la fine della Grande Guerra, quel Defonta indica in modo ironico l&#8217;ex Impero Austro-Ungarico.<\/p>\n<p>Alla fine della lettura del testamento, \u201cCantada\u201d collettiva, che anticamente era diretta da Anzoleto. Dal 1930 dal capo dei cantori, il primo fu Giovanni Fabris artigiano pittore, detto Pitoret, scomparso nel 1990, da allora la dirige Ettore Mazzoli, fio del Moro famiglia monfalconese de vecia radisa, commesso apprezzato e noto di una drogheria che ancora all\u2019opera a met\u00e0 in Corso. Commerciante anche Ettore in quel di Panzano, universalmente conosciuto come Ete.<\/p>\n<p>Dalla testimonianza di Amedeo Mani\u00e0 monfalconese nato nel 1887, morto nel 1988 a 101 anni, scalpellino e musicante nella banda cittadina, conosciamo i nomi di alcuni interpreti del ruolo di Anzoleto.<\/p>\n<p>Il primo sembra fu certo Guanin di Turriaco ? macellaio, il quale nel 1830 si era trasferito a Monfalcone. Ci\u00f2 risulta da una ricerca dello studioso locale Vittorio Spanghero ed \u00e8 il sunto tratto dai \u201cLiber Baptizatorum, Matrimoniorum e defontorum\u201d degli archivi storici Parrocchiali di Turriaco e San Pier d\u2019Isonzo.<\/p>\n<p>Segu\u00ec Angelo Paolini, (nel 1822 e deceduto nel 1892, di professione postier de la Defonta conosceva tutti i pettegolezzi della citt\u00e0, persona gentile e pronto alla battuta, sapeva intrattenere buoni rapporti con tutti, queste qualit\u00e0 giovarono ad allargare la popolarit\u00e0 della Cantada, e sua, per questo \u00e8 stato fin qui l&#8217;animatore pi\u00f9 apprezzato.<\/p>\n<p>A lui va l&#8217;onore di averle dato nuovo slancio nel lontano 1884, e dice la tradizione fu il Paolini ad aver pronunciato l&#8217;anno successivo la formula con cui ordinava a tutti i Monfalconesi che:<\/p>\n<p>\u201ctale usanza non venga mai meno finch\u00e9 un solo Monfalconese calpester\u00e0 le strade di questa nostra cara citt\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Dopo di lui si ricordano, Checo Cidin, Paiareto al secolo Emilio Castellani, Ottavio Gerzeli soprannominato Otavin, Francesco Benco panettiere, segu\u00ec Antonio de Carvalho, al capeler poi Arturo Stefani de Carvalho e ancora Silvano Roblegg.<\/p>\n<p>Nel 1965 esordirono Fabio Deffendi e Orlando Manfrini; la coppia suscit\u00f2 perplessit\u00e0 nei monfalconesi patoc, perch\u00e9 non era chiaro chi dei due fosse Sior Anzoleto e fatto inconsueto, si alternavano nelle battute. Due anni dopo, nel 1967, si ritorn\u00f2 alle origini con Orlando Manfrini.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tradizioni dimenticate<\/p>\n<p>Fin qui per quel che riguarda la \u201cCantada\u201d attuale, ma il carnevale di Monfalcone anticamente aveva altri momenti di aggregazione.<\/p>\n<p>La festa come detto continuava sui prati e pi\u00f9 tardi nelle osterie che ospitavano dei balli.<\/p>\n<p>Nel teatro comunale, che esisteva sulla via San Ambrogio quasi di fronte gli uffici distaccati del comune, si svolgeva l\u2019ultimo veglione carnevalesco dei monfalconesi, ed era consuetudine a mezzanote l\u2019arrivo de Sior Anzoleto e del suo \u201csecretario\u201d, cos\u00ec era chiamato in quel tempo, siamo alla fine del 1800, il notaio.<\/p>\n<p>Costoro entravano in sala e da quel momento cessavano le danze, il secretario faceva una sorta di appello di tutti i presenti e alla fine: Sior Anzoleto gridava:<\/p>\n<p>&#8211; Semo tuti? \u2026\u2026<\/p>\n<p>&#8211; Siii! \u2013 Era la risposta in coro dei presenti.<\/p>\n<p>In quel momento finiva il carnevale e venivano sciolte le compagnie.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Al funeral<\/p>\n<p>Un\u2019altra manifestazione carnevalesca perduta \u00e8 il funerale del carnevale.<\/p>\n<p>A cavallo tra il 1800 e il 1900, si svolgeva della festa, il giorno dopo, alla mattina un corteo funebre con al seguito una banda che suonava marce funebri, da persone vestite a lutto, i maschi in abito scuro con appesa alla patella della giacca un\u2019arringa affumicata, distintivo che segnalava l\u2019inizio della quaresima.<\/p>\n<p>Passava per i cinque borghi, con un pupazzo che rappresentava il carnevale, portato su una carrozza funebre. Transitava per il centro, imboccava la Via San Francesco e proseguiva, fino ai prati delle Fontanelle, dove un tempo c\u2019era la fabbrica di frigoriferi Detroit, l\u00ec giunti con una semplice cerimonia si dava fuoco al carnevale fra i pianti sconsolati di tutti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Al bo fioc\u00e0<\/p>\n<p>Voglio ricordare ancora due avvenimenti del carnevale locale dimenticati ma, che almeno fino a 70 anni fa erano rispettati.<\/p>\n<p>La parte pi\u00f9 intensa iniziava con al zobia gras, gioved\u00ec grasso, l\u2019usanza nasce da una antica tradizione veneziana, fatta propria, dai monfalconesi di qualche secolo fa.<\/p>\n<p>Al bo fioc\u00e0 \u00e8 nata per ricordare la vittoria, del 1162, del doge Vitale Michiel II sul patriarca d&#8217;Aquileia Ulrico, che era in contrasto con il papa Adriano IV perch\u00e9\u201a aveva dato tutta la Dalmazia alla giurisdizione del patriarcato di Grado che era sotto Venezia. Il Patriarca volle approfittare del fatto che i veneziani stavano in quel momento combattendo contro i padovani e ferraresi, arm\u00f2 un esercito e assali Grado, facendo fuggire il patriarca di Grado.<\/p>\n<p>Il Doge Michiel II non aspetto molto per vendicare l&#8217;oltraggio fatto alla Serenissima e con le sue navi sorprese Ulrico il giorno di gioved\u00ec grasso di quell\u2019anno costringendolo alla resa facilmente e facendolo prigioniero con i dodici canonici.<\/p>\n<p>Non potendolo punire energicamente, era impensabile mettersi contro la Chiesa, per dimostrare la potenza di Venezia trasform\u00f2 la punizione in un farsa umiliandolo con una presa in giro.<\/p>\n<p>Condann\u00f2 il prelato a donare ai veneziani un tributo annuo di dodici pani, dodici porci e di un grosso toro che, il gioved\u00ec grasso di ogni anno venivano portati in corteo per le principali vie di Venezia.<\/p>\n<p>I porci e il toro infiorato e inghirlandato, che naturalmente rappresentavano il patriarca e i suoi canonici, scortato dai favri (fabbri) e dai becheri (macellai), le due confraternite che organizzavano il corteo, arrivavano a mezzogiorno in Piazza San Marco l\u00ec, dopo un processo pantomima erano condannati a morte dal Magistrato del Popolo ed il campione designato doveva tagliare con un secco colpo di spada la testa al toro, fra lo schiamazzo e l&#8217;applauso popolare.<\/p>\n<p>Curiosit\u00e0, il modo di dire oggi ancora molto usato: taiar la testa al toro, che al figurato significa, togliere di mezzo gli ostacoli, finire con risolutezza una questione, nasce da questa antica usanza.<\/p>\n<p>Un pezzo di carne del toro e dei porci erano dati in dono a ciascuno dei senatori della Repubblica, mentre i dodici pani erano donati ai carcerati. Come che lez\u00e8 le robe bone se le cioleva, ieri come ogi, senpre i siori.<\/p>\n<p>La festa proseguiva \u201ccon grandi allegrezze e molte baldorie, e accendendo di pieno giorno fuochi artificiali sulla piazza d\u00ec San Marco\u201d, come ricorda il Molmenti.<\/p>\n<p>Anche se era carnevale la festa manteneva inalterato il suo significato politico e di esibizione di potenza e prestigio, infatti tagliata la testa al toro e uccisi i porci, per il Doge e i suoi dignitari essa continuava nella sala del Piovego in Palazzo Ducale.<\/p>\n<p>L\u00ec su grandi tavole si trovavano appoggiati dei modelli in legno dei castelli friulani di quelle citt\u00e0 che avevano appoggiato il Patriarca gradese nella rivolta contro la Serenissima, questi erano abbattuti con una mazza ferrata dal Doge e dai suoi consiglieri, davanti agli ambasciatori degli altri stati accreditati, tutto si concludeva con un grande pranzo.<\/p>\n<p>Una parodia della prima parte di questa cerimonia si teneva fino a 70 anni fa nella nostra citt\u00e0, \u00e8 la testimonianza de Goio, che gi\u00e0 conosciamo. A fine anni \u201930 in citt\u00e0 gli ultimi ad organizzare questa usanza sono stati i Martinelli che de soracugnome fava i Bech\u00e8ri, infatti erano proprietari di 3-4 macellerie nella citt\u00e0.<\/p>\n<p>Anche a Ronchi negli anni \u201830, succedeva qualcosa di simile. Il fatto \u00e8 stato riferito da Candido Colautti appassionato della nostra cultura che nei ricordi scritti d&#8217;infanzia la nomina, sulla \u201cLa Cantada\u201d del 1987. Scrive:<\/p>\n<p>&#8216;Na usanza che no xe pi\u00f9, iera quela del z\u00f3bia gras vedevimo passar ogni ano par le strade &#8216;ncora ingiarade de Ronchi un bel manzo, cu&#8217;na ghirlanda de fiori torno al col e cun p\u00ecc\u00e0 su un cortelaz, conpagn\u00e0 al mazelo de do, tre becheri vistudi de festa.<\/p>\n<p>La tradizione \u00e8 caduta nell&#8217;oblio, ma varrebbe la pena riprendere, questo \u00e8 folclore, \u00e8 storia cittadina, che vale la pena di riproporre.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Carnevalet de le f\u00e9mene<\/p>\n<p>Finisco ricordando al carnevalet de le f\u00e9mene, una festa tutta al femminile, che in Bisiacar\u00eca, rammento alle bisiache, si onorava il luned\u00ec che precede il marted\u00ec grasso. Quel giorno le donne erano libere di divertirsi a loro piacimento e allora, scrive il Colautti: se vedeva le regaze e qualche f\u00e9mena pi\u00f9 spiritada girar in m\u00e0scara vistide de omo.<\/p>\n<p>La festa iniziava di solito il primo pomeriggio, si riunivano in compagnie a casa di qualcuna per fare la marenda e spetegular. Il mascheramento pi\u00f9 comune era quello di maschio, chi in terlis, altre in doppio petto con baffi e basette.<\/p>\n<p>Giravano per il paese prendendo in giro gli uomini e le pi\u00f9 matarane entravano nelle osterie soradetut dopo le cinque co i lavoradori se fermava a bagnarse al bec, anca lore le beveva un bicer e le cioleva in giro i mas\u2019ci che bateva de carte. Qualchiduna cioleva pal fioco anca al mar\u00ec, che magari parv\u00eca che le iera mascarade no i le conosseva. Questa \u00e8 testimonianza di un altro anziano.<\/p>\n<p>Non come sta succedendo di questi tempi \u2026..in cui le nostre f\u00e9mene \u2026\u2026fanno festa il giovedi grasso, questa \u00e8 una usanza tutta friulana, che nulla ha che fare con la nostra tradizione.<\/p>\n<p>Qui desidero puntualizzare una fatto che concerne quella cultura: finch\u00e9 si tratta di scambi culturali ben vengano, questi arricchiscono tutte le culture. Non ci piace invece come \u00e8 gi\u00e0 avvenuto in altri tempi, e sta avvenendo di questi ultimi tempi, che studiosi friulani, cerchino di omologarci alla loro cultura! Noi non ci sentiamo n\u00e9 friulani n\u00e9 giuliani, siamo bisiachi e tali vogliamo rimanere.<\/p>\n<p>E voglio levarmi un altro sassolino\u2026.anzi un sasson che go ta le scarpe, ci sarebbe da imbastire un\u2019osservazione (so che ci stanno pensando altre Associazioni locali) con chi ha scritto e redatto in un\u2019Enciclopedia Regionale in vendita qualche tempo fa in tutte le edicole.<\/p>\n<p>Su di essa nel primo volume, non c\u2019\u00e8 traccia n\u00e9 dei Bisiachi n\u00e9 dei Gradesi, come se Biagio Marin e Silvio Domini e altri che hanno esaltato degnamente l\u2019identit\u00e0 locale non fossero mai esistiti, come se il popolare Sior Anzoleto Postier de la Defonta nei suoi panni ottocenteschi e con la caratterizzazione che ha esibito in oltre 120 anni di storia, non possa essere ormai considerata da tutti un maschera carnevalesca al pari dei vari Fracanapa, Arlecchino e Pulcinella. Quante altre culture locali possono vantare una loro maschera carnevalesca?<\/p>\n<p>L\u2019invito che posso fare ai nostri politici, locali e regionali \u00e8 che ci trattino al pari delle altre culture che esistono in Regione e che almeno in questo campo, che dovrebbe unire e non dividere, non ci siano delle discriminazioni cos\u00ec antipatiche e documentate.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>San Marc dei bucui<\/p>\n<p>Desidero ancora parlare di un\u2019altra tradizione locale che \u00e8 caduta nell\u2019oblio e che ripresa potrebbe essere per i monfalconesi e bisiachi un vanto, un onore.<\/p>\n<p>E\u2019 un\u2019usanza millenaria della citt\u00e0 lagunare che \u00e8 ancora onorata in tutto il triveneto, infatti il 25 Aprile, oltre a festeggiare San Marco, festeggiano anche i fidanzati e gli sposi, gli amanti si fa, il San Marc dei bucui. San Marco dei boccioli.<\/p>\n<p>Un San Valentino nostrano che anticipa di secoli, quello attuale. Gli innamorati offrono un bocciolo di rosa alla ragazza del cuore e deve essere una rosa rossa.<\/p>\n<p>Di leggende sulla nascita di questa tradizione ce ne sono molte, citer\u00f2 quella che forse si adatta meglio agli innamorati.<\/p>\n<p>In breve, alla met\u00e0 del \u2019850 alcuni marinai veneziani, trafugarono le ossa di San Marco, sepolto ad Alessandria d\u2019Egitto e le portarono a Venezia.<\/p>\n<p>Al marinaio Basilio oltre agli onori fu donato un roseto che piantato nei giardino di casa dello stesso, alla sua morte divenne il confine della propriet\u00e0 tra due fratelli. Il roseto su testimone di liti feroci fra i due e, smise di fiorire. Il 25 aprile di molti anni dopo sbocci\u00f2 l\u2019amore, guardandosi attraverso la pianta, tra una fanciulla del primo ramo e un giovane dell&#8217;altro in lotta. Il roseto si copr\u00ec di boccioli rossi, il giovane don\u00f2 uno alla fanciulla.<\/p>\n<p>In ricordo di un amore a lieto fine, che aveva restituito la pace alle famiglie, i veneziani offrono, ancora oggi il bocciolo rosso alla propria amata.<\/p>\n<p>E\u2019 l\u2019unica parte della festa di San Marco che non \u00e8 stato possibile trasferire al carnevale che, \u00e8 festa di ribaltamento di valori e consuetudini.<\/p>\n<p>Donare una rosa rossa quel giorno alla propria innamorata poteva sembrare una presa in giro.<\/p>\n<p>Tradizione che sarebbe bene riprendere e lasciarsi alle spalle il consumismo di San Valentino che in Bisiacar\u00eca \u00e8 invocato solo contro l\u2019epilessia, qui chiamata al mal de San Valatin.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Aldo Buccarella<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Storia del carnevale monfalconese L\u2019etimologia del carnevale deriva, dicono gli studiosi, da &#8220;carni levamen&#8221; (sollievo della carne), al figurato, concedere [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[4],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=41"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1585,"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41\/revisions\/1585"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=41"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=41"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.monfalcone.info\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=41"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}